Molte volte mi sono chiesta che cosa fosse la felicità.
Sfogliando un vecchio album di fotografie, mi sono ritrovata a pensare a quante forme possa assumere: un pranzo in famiglia, una passeggiata con il proprio cane, un’uscita con gli amici, una serata al cinema con la persona che amiamo. Oppure un gesto semplice, arrivato quando meno ce lo aspettavamo.
Tra quelle pagine ho riconosciuto tanti momenti felici. Alcuni li avevo vissuti con piena consapevolezza; di altri, forse, ho compreso il valore soltanto dopo.
Poi, tornando con il pensiero alla vita di tutti i giorni, mi sono soffermata su altre cose che spesso associamo alla felicità: il successo, il riconoscimento, la carriera, la possibilità di raggiungere un obiettivo importante.
Anche queste esperienze possono renderci felici. C’è soddisfazione nel vedere riconosciuto il proprio impegno, nel costruire qualcosa, nell’assumersi una responsabilità che abbiamo desiderato.
La felicità può abitare in una relazione appagante come in un traguardo professionale. In una giornata speciale come in un momento ordinario. E ciò che conta per qualcuno può avere un significato diverso per qualcun altro.
Ma che cosa accade quando perdiamo una delle cose a cui avevamo legato la nostra felicità?
Perdere un lavoro può significare perdere anche una routine, un ruolo, una fonte di sicurezza e di riconoscimento. Quando finisce un amore o un’amicizia, oltre alla presenza dell’altra persona possono venirci a mancare le abitudini condivise, i progetti e il futuro che avevamo immaginato.
A volte dobbiamo salutare anche una versione di noi stessi che esisteva dentro quella relazione o quella situazione.
È comprensibile che faccia male. Alcune assenze hanno bisogno di tempo per trovare posto nella nostra vita.
Mi chiedo, però, che cosa accada quando continuiamo ad aspettare che tutto torni come prima. Quando pensiamo che potremo stare bene soltanto riavendo quella persona, quel ruolo, quella possibilità.
Forse è qui che riconosco l’attaccamento: nel tentativo di trattenere qualcosa che cambia, nella convinzione che la nostra felicità possa esistere soltanto a determinate condizioni.
L’attaccamento alla felicità, però, può assumere anche un’altra forma.
A volte cerchiamo di trattenere ciò che ci rendeva felici. Altre volte, quando lo perdiamo, ci affrettiamo a cercare qualcosa che possa prenderne il posto.
Può accadere quando, dopo una relazione in cui non stavamo bene, ne cerchiamo subito un’altra, senza concederci il tempo di ascoltare ciò che abbiamo vissuto e comprendere che cosa desideriamo da un legame.
Oppure quando un traguardo professionale non sembra mai abbastanza: raggiungiamo un obiettivo e abbiamo già bisogno del successivo, perché il riconoscimento ricevuto ci rassicura per un momento, ma presto sentiamo di dover dimostrare ancora qualcosa.
Mi chiedo allora: stiamo andando verso qualcosa che desideriamo oppure stiamo cercando di allontanarci da qualcosa che facciamo fatica ad ascoltare?
Una relazione può arricchire la nostra vita. Il successo può darci soddisfazione. Ma quante aspettative affidiamo a queste esperienze? Chiediamo all’amore di confermare che siamo degni di essere amati? Al successo di dimostrare che valiamo?
Forse è anche questo che intendo per attaccamento alla felicità: sentire di aver continuamente bisogno di qualcosa fuori di noi per poter stare bene con noi stessi.
E allora torno a una domanda che mi accompagna: per vivere felici dovremmo smettere di desiderare?
Mi sembra difficile immaginare una vita senza desideri. Desideriamo incontrare qualcuno, creare, imparare, costruire. I desideri ci mettono in movimento e ci aiutano a dare una direzione alle nostre giornate.
Eppure, a volte, il desiderio diventa una promessa: «Quando avrò quella cosa, sarò felice».
Così aspettiamo. Poi, una volta raggiunto ciò che volevamo, può arrivare un altro desiderio. Oppure la paura di perdere quello che abbiamo ottenuto.
Quanto spazio rimane, in questa attesa, per la vita che stiamo già vivendo?
Forse possiamo coltivare un desiderio senza chiedergli di risolvere tutta la nostra esistenza. Impegnarci per qualcosa, riconoscendone il valore, e ricordare che il nostro valore non dipende interamente dal suo esito.
Possiamo desiderare una relazione e, allo stesso tempo, imparare ad ascoltarci anche nella solitudine. Possiamo perseguire un obiettivo e chiederci se esprima qualcosa che conta per noi o soprattutto il bisogno di essere riconosciuti.
Prima di inseguire una nuova possibilità, potremmo fermarci e domandarci: che cosa spero che mi dia? E che cosa, invece, richiede anche la mia attenzione, il mio ascolto, la mia cura?
Non ho una risposta definitiva. Ma quelle fotografie mi hanno lasciato due domande: riesco a vivere ciò che mi rende felice senza pretendere che duri per sempre?
